
Vincere il Tour de France, il Giro d’Italia e la Vuelta a España nel corso di una carriera non è solo una questione di un palmarès ben fornito. Questo triplice exploit richiede di padroneggiare tre terreni, tre calendari e tre stili di corsa radicalmente diversi. Solo un pugno di corridori ci è riuscito, e il loro profilo racconta tanto l’evoluzione del ciclismo quanto le loro qualità individuali.
Ciò che il triplo coronamento richiede sul campo
Si immagina spesso che un scalatore dominante possa affrontare i grandi giri senza adattamenti. La realtà è più dura. Il Giro pone i suoi colli più difficili nelle ultime due settimane, spesso su strade strette e mal asfaltate.
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La Vuelta impone salite brevi e ripide, con temperature che trasformano il gruppo in un forno a cielo aperto. Il Tour de France, invece, combina cronometro lunghi e tappe di pianura ventose dove il posizionamento nel gruppo può costare la corsa.
Un corridore capace di vincere i tre deve quindi essere versatile nel senso più concreto del termine: scalare, correre contro il tempo e resistere al caldo. Si trova questa combinazione nei pochi ciclisti vincitori dei tre grandi giri, e rimane il filtro più selettivo del ciclismo professionistico.
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Il calendario stesso complica la situazione. Il Giro e il Tour sono separati solo da alcune settimane. Puntare a entrambi nello stesso anno implica un picco di forma prolungato, o la scelta di sacrificare un’edizione per mirare meglio all’altra. Jacques Anquetil, primo corridore a riuscire in questo triplo, alternava i suoi obiettivi da una stagione all’altra, mentre Eddy Merckx a volte cercava di vincere tutto nello stesso anno.

Anquetil, Merckx, Hinault, Contador: profili di corsa molto diversi
Ridurre questi corridori a una classifica lineare non rende giustizia a ciò che facevano sulla strada. Jacques Anquetil dominava nel cronometro, un’arma che gli permetteva di costruire vantaggi sufficienti per controllare la montagna senza brillare tanto quanto i suoi rivali. Il suo approccio era calcolato, quasi clinico.
Eddy Merckx operava all’opposto. Attaccare ovunque, in ogni momento, su tutti i terreni. La sua capacità di vincere tappe di montagna, cronometri e persino sprint massicci in un unico grande giro rimane un caso unico. La parola “cannibale” non era un’esagerazione.
Bernard Hinault combinava potenza bruta e intelligenza tattica. La sua vittoria al Giro in condizioni invernali (neve sul Stelvio) illustra un temperamento che i numeri da soli non catturano. Alberto Contador, invece, rappresentava lo scalatore puro che aveva sviluppato un cronometro sufficiente per tenere a distanza gli specialisti. Il suo stile di attacco danzando sui pedali si contrapponeva alla regolarità meccanica di un Anquetil.
- Anquetil puntava sul cronometro per neutralizzare la montagna, una strategia che i dati di potenza moderni renderebbero trasparente
- Merckx accumulava vittorie di tappa oltre al generale, un doppio obiettivo che nessun leader di grande giro persegue più oggi
- Hinault imponeva un rapporto di forza fisica e psicologica sui suoi avversari e talvolta sui suoi stessi compagni di squadra
- Contador attaccava in montagna con un’aggressività che costringeva i suoi rivali a rispondere piuttosto che a gestire
Pogačar e la generazione attuale di fronte al triplo storico
Tadej Pogačar ha già vinto il Tour de France e il Giro d’Italia. Gli manca solo la Vuelta per unirsi al cerchio dei vincitori dei tre grandi giri. Alla sua età e al suo attuale livello, la probabilità è alta, ma il ciclismo riserva sempre sorprese meccaniche, tattiche o fisiche.
Remco Evenepoel, vincitore della Vuelta e campione del mondo su strada, è entrato nel team Red Bull-Bora-Hansgrohe con un programma esplicitamente orientato verso le classifiche generali dei grandi giri. Il suo trasferimento illustra una tendenza delle squadre WorldTour a costruire un collettivo intero attorno a un solo leader per massimizzare le possibilità di vittoria in diversi grandi giri.
Questa logica di squadra costruita per un uomo segna una rottura con le decadi precedenti. Merckx o Hinault vincevano all’interno di squadre sicuramente solide, ma non architettate con la stessa precisione data-driven di oggi. I pareri variano su questo punto, alcuni stimando che la dominanza di un Pogačar dipenda tanto dal suo talento quanto dall’infrastruttura della sua squadra.

Grandi giri e classiche: due carriere incompatibili o complementari
Un aspetto spesso trascurato riguarda la coabitazione tra grandi giri e classiche in un unico palmarès. Merckx vinceva Milano-San Remo, Parigi-Roubaix e il Tour nella stessa stagione. Questo tipo di versatilità è quasi scomparso dal gruppo professionistico, dove la specializzazione per tipo di corsa è diventata la norma.
Pogačar si presenta come un’eccezione recente. Vincitore di classiche fiamminghe e ardennesi oltre ai suoi successi nei grandi giri, riproduce uno schema che si credeva superato. Vincere il Giro delle Fiandre e il Tour de France nello stesso anno rimanda direttamente a ciò che Merckx realizzava, e pone la questione del confronto tra epoche.
La difficoltà di questo confronto risiede nell’evoluzione delle condizioni di corsa: nutrizione, allenamento per zone di potenza, aerodinamica, riconoscimento GPS dei percorsi. Un corridore degli anni ’70 pedalava a volte senza conoscere il profilo esatto della tappa del giorno dopo. Confrontare palmarès grezzi senza tenere conto di questi parametri equivale a confrontare prestazioni senza contesto.
Il triplo coronamento rimane il marcatore più affidabile per identificare i corridori d’eccezione. Non perché misuri la velocità o la potenza, ma perché testa l’adattabilità su tre terreni e tre culture di corsa distinte. Che la prossima riga di questo palmarès si scriva nel 2025 o più tardi, il filtro rimarrà lo stesso: vincere ovunque, non solo dove si eccelle.